giovedì 27 settembre 2012

Stato ed equità

Il concetto di Stato implica, in primis, il concetto di equità dal quale, peraltro, non potrebbe prescindere: se infatti riconosciamo che il concetto di Stato presuppone quelli di condivisione e cooperazione, appare logico che i rapporti tra i suoi membri debbano essere regolati secondo un principio di equità, altrimenti l’individualismo umano prenderebbe il sopravvento dando origine ad una vera e propria lotta per la sopravvivenza in cui i concetti di partenza scomparirebbero. Questa equità dev’essere garantita dalla giustizia, che ha il compito di regolare i rapporti tra i membri appartenenti all’entità statale, garantendo una legittima distribuzione dei privilegi e tutelando l’interesse collettivo attraverso la tutela dei singoli che ad essa appartengono. John Rawls, tra gli altri, nel suo illuminante Una teoria della giustizia offre un’acuta disamina su tale concetto, prendendo come punto di partenza la teoria contrattualistica elaborata da Rousseau, il quale ipotizzava una presunta o comunque ideale situazione di partenza in cui gli esseri umani, privi di un qualunque ordinamento o gerarchia, si sarebbero accordati in maniera appunto equa, stipulando un contratto sociale nel quale stabilivano razionalmente gli onori e gli oneri dei singoli, in modo tale da poter giovare alla comunità in maniera eguale e di poter beneficiare equamente degli onori che tale associazione avrebbe comportato. Questa equa situazione iniziale, presunta o ideale, ci offre un chiaro esempio di ciò che si deve intendere con il termine equità, ossia ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di una qualunque società umana.

martedì 31 luglio 2012

L'Etica del contesto

La necessità di un dialogo tra la Filosofia politica e la Filosofia morale è, da sempre, fin troppo evidente, quasi naturale; non potrà mai esistere una valida teoria politica che non contempli dei precetti etici. Come detto, la teorizzazione di una Morale universale è impossiblie, poichè essa dovrebbe scaturire da un'entità immacolata e superiore cui l'essere umano dovrebbe volutamente subordinarsi, riconoscendole tale superiorità. Ciò è impossibile per il fatto che, nella società umana, un'entità con tali caratteristiche non esiste e, da un punto di vista trascendente, non esistono dimostrazioni valide oltre ogni ragionevole dubbio. I limiti della morale, però, non ne ridimensionano l'importanza, in quanto, come detto, essa concorre alla realizzazione e al sostegno della piramide sociale. Nel mondo esistono realtà socio-culturali molto differenti tra loro che, peraltro, non accetterebbero i dettami di una morale universale; ecco quindi che la Filosofia morale avrà il compito di teorizzare la cosiddetta Etica del contesto, un insieme di precetti morali, cioè, validi non per tutti, ma solo per un preciso gruppo di persone appartenenti ad un preciso contesto socio-culturale. Si verranno così a creare numerose etiche del contesto, destinate a regolare la vita morale di detrminati gruppi politicamente organizzati. Tali precetti, necessariamente, dovranno essere figli della realtà umana cui si rivolgono, dovranno cioè tener conto del contesto socio-culturale cui sono indirizzati.

lunedì 4 giugno 2012

L'utopia dell'anarchia

Tra le molte possibili forme di governo, quella che maggiormente si può ritenere utopica è l'anarchia. Robert Nozick si domandava se lo stato fosse effettivamente necessario o se, invece, un sistema anarchico non potesse riuscire laddove molte forme di governo, più o meno legittime, avevano fallito. Aristotele, prima ancora, sosteneva che l'uomo fosse uno zoon politikon, un animale politico, superiore all'animale (anarchico e apolitico per natura) per la sua inclinazione a darsi una struttura governativa. La filosofia politica ci fornisce molteplici esempi di teorie relative alla vera o presunta politicità dell'essere umano, poche sono invece, in proporzione, le teorie che credono all'anarchia come forma di governo stabile e sostenibile. L'anarchia si fonda su un assunto errato, ossia sul fatto che l'uomo sia in grado, per sua natura, di convivere pacificamente con i suoi simili. L'uomo, per natura individualista, egoista e belligerante, non può, nè mai potrà provvedere a se stesso senza una struttura in grado di guidarlo, intimorirlo, punirlo. Kant, uno dei più brillanti filosofi che la storia ricordi, sosteneva che l'uomo necessiti di un padrone, in quanto un'eccessiva libertà, lo porterebbe ad abusare della propria condizione, al fine di sopraffare i suoi simili. Ciò è vero, purtroppo, ed è il motivo per cui l'anarchia non può che considerarsi un'utopia, la più grande utopia in campo politico.

domenica 22 aprile 2012

La società della proibizione

Se scettico è colui che non accetta a priori ciò che gli viene imposto, ecco che la presenza di numerosi tabù e proibizioni morali all’interno della nostra società dimostrano in maniera incontrovertibile quanto gli uomini siano ancora lontani dal raggiungimento di una forma mentis scettica. Possibile che le moderne società si fondino su proibizioni, piuttosto che su concessioni? Ogni aspetto della vita, ormai da molto tempo, risulta fondata sul non si deve, piuttosto che sul si deve; ma per quale motivo un comportamento dovrebbe essere morale e giusto solamente se fondato sulla rinuncia? Già Nietzsche condannava i valori antivitali, imposti nella fattispecie dal Cristianesimo, affermando che la morale dei signori fosse stata lentamente ma inesorabilmente sostituita dalla cosiddetta morale degli schiavi. Egli sosteneva che a valori vitali come la forza, il coraggio e il vigore fisico, i sacerdoti avessero contrapposto valori nei quali potessero essere competitivi: valori antivitali fondati sulla rinuncia, come il sacrificio, l’elemosina e la castità. La società, con l’intensificarsi dell’influenza religiosa, ha accettato ossequiosamente questi nuovi valori, non domandandosi se effettivamente essi fossero più validi e legittimi dei precedenti. Li ha accettati e basta. Anche Onfray esprime oggi una ferma condanna nei confronti dell’antivitalità dilagante, promovendo, al contrario, valori vitali, che contrappone ai dogmi e alle proibizioni dell’autorità, nella fattispecie religiosa. L’autorità, del resto, di qualunque natura sia, da sempre trae giovamento dal rendere mansueta e totalmente accondiscendente la popolazione sottoposta. Questa resa incondizionata dinnanzi agli ordini superiori, religiosi o politici che siano, ha di fatto creato una popolazione la cui morale è fondata su valori antivitali:la rivolta, la ribellione, la sessualità hanno così assunto una connotazione negativa all’interno della società, di tutte le società, di tutte le religioni. Non pare più possibile mettere in discussione la validità dei precetti sui quali le moderne società si fondano. E così il potere e la religione non trovano ostacoli nell’affermare i propri dettami e nell’imporre le proprie regole, generando così una moltitudine sottomessa e prigioniera di tutto ciò che si è voluto imporre come giusto. L’uomo, al contrario, dovrebbe mettere in discussione tali regole, nonché dubitare della genuinità della miriade di proibizioni di cui oramai gli uomini sono vittime. Come possiamo infatti essere certi che ciò che è meglio debba necessariamente essere antivitale? Chi può dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che l’unico modo per essere virtuosi debba essere quello di obbedire? Potrebbe essere vero, potrebbe essere parzialmente vero ma, molto probabilmente, potrebbe anche non esserlo.

martedì 13 marzo 2012

La Rivoluzione francese: ieri come oggi

L’evento storico che meglio sintetizza il potere dello scetticismo è la Rivoluzione francese che si connotò, in maniera evidente, come la più grande rivoluzione scettica della Storia. Sotto la spinta dell’Illuminismo, il Terzo Stato comprese che i privilegi nobiliari nulla avevano a che vedere con il volere divino, non promanavano che dalla volontà stessa dei potenti di arricchirsi ancor di più e di mantenere saldo il proprio potere; nobili ed ecclesiastici vivevano e gozzovigliavano a spese della stragrande maggioranza della popolazione che veniva vessata e spremuta come un limone. La tassazione gravava solo sul Terzo Stato, mentre nobiltà e clero ne erano esentati; non solo: i ceti privilegiati percepivano lauti vitalizi ed erano i soli a poter ricoprire le cariche pubbliche che, peraltro, erano ereditarie. La maggioranza della popolazione viveva sulla terra e della terra, tra immani difficoltà; la borghesia, in alcuni casi molto ricca, vedeva frustrate le proprie ambizioni di poter effettuare una scalata sociale, non potendo accedere a quelle cariche che le erano precluse. Si iniziò a dubitare della legittimità di tale situazione, i ceti penalizzati iniziarono a domandarsi se la situazione fosse realmente logica e giusta o se, al contrario, non fosse una clamorosa ingiustizia che i potenti sbattevano in faccia alla popolazione con cinismo e noncuranza. La misura era colma, la situazione insostenibile ed ecco allora che ciò che durava da secoli cadde in una decina d’anni, non sotto i colpi dei fucili ma sotto i colpi dello scetticismo che aveva permesso di mettere in discussione ciò che fino a quel momento era stato dato per scontato. Il dubbio avvicinò gli scettici alla verità, andando a minare le fondamenta di una società fondata sul privilegio e l’iniquità; l’Ancien regime piano piano iniziò a sgretolarsi, i privilegi nobiliari decaddero e molte teste, tra cui quella del re Luigi XVI, caddero sotto la lama della ghigliottina. Libertà, uguaglianza e fratellanza divennero le basi per la nuova società; il privilegio era caduto, le gerarchie erano state sovvertite. La situazione purtroppo non durò, in quanto, come spesso accade, chi acquisisce il potere, di frequente si trasforma in ciò che a lungo ha ritenuto un proprio nemico: il potente. Lo scetticismo, comunque, era riuscito laddove nessuna arma, neanche la più potente, sarebbe mai riuscita; tutto parte dal pensiero, dall’approccio alle situazioni, da noi. La Rivoluzione francese fu prima di tutto una rivoluzione mentale, il trionfo dell’intelligenza e della ragione. Come visto l’Ancien regime si fondava su privilegi immotivati, ingiustizia, iniquità, impossibilità di effettuare una scalata sociale. Oggi la situazione è molto diversa?

giovedì 23 febbraio 2012

Dell'apparenza

Nulla più degli usi e dei costumi di una società, ne indica i limiti e le contraddizioni. Già Leopardi nelle Operette Morali vedeva la moda come la sorella della Morte, in grado di arrecare più danno agli uomini, di quanto non faccia la morte stessa. In realtà la moda mette in evidenza quanto l’essere umano rifiuti di pensare e al contempo accetti passivamente lo scorrere incessante degli eventi, un panta rei ininterrotto che lo travolge e lo trasporta suo malgrado. La società attuale, fondata sull’apparenza, appare dominata dalle mode del momento, piuttosto che dalla ragione; il dubbio lascia il posto all’accettazione passiva, la sostanza lascia il posto alla forma. L’economia, attraverso i costumi, tiene gli uomini sotto scacco, lanciandoli in una sfrenata corsa per l’apparenza: atteggiamenti, abbigliamento, beni materiali, divengono il tratto distintivo dell’essere umano che a tutto pensa, tranne che a pensare. E’ sempre stato così, ma oggi l’influenza delle mode sulle vite umane è clamorosamente evidente: ieri si possedeva per avere, oggi si possiede per distinguersi da chi non ha o non può avere. L’uomo infatti al giorno d’oggi tende a primeggiare, piuttosto che ad affermarsi, preferendo essere superiore agli altri, piuttosto che raggiungere i propri obiettivi, a prescindere da ciò che fanno gli altri. Ecco quindi che ci si veste in un determinato modo per assomigliare a qualcuno, si acquistano oggetti costosi per mostrare gli altri che ce li si può permettere, si assumono atteggiamenti atti ad imporre la propria personalità su quella degli altri. Logica conseguenza di questo usus, è il costituirsi dei già citati finti valori che oramai dominano la società odierna. Di fronte a tale situazione, ogni uomo dovrebbe fermarsi, dubitare, valutare, quindi scegliere. Dovrebbe battersi per affermare la propria essenza, soddisfare le proprie inclinazioni, senza assecondare aprioristicamente l’imposizione delle mode e dei costumi del momento che esse, altro non fanno se non snaturare l’essere umano. Questa tendenza al subire, perché di questo si tratta, mostra in maniera fin troppo chiara quanto l’uomo abbia ormai perso l’abitudine di dubitare e di affrontare in maniera scettica la propria vita, poiché sarebbe sufficiente porsi dinnanzi alla realtà dubitando dell’universalità di ciò che ci viene continuamente propinato, per comprendere quanto poco di universale in verità ci sia. L’apparenza non potrà mai essere sostanza e solamente rendendosi conto di ciò, l’uomo potrà scrollarsi di dosso il giogo della moda e intraprendere l’impervia via che conduce all’affermazione della propria essenza. Com’è possibile non domandarsi se i modelli che continuamente ci vengono proposti, non siano in realtà uno strumento nelle mani di qualcuno che grazie ad esso muove i fili per far danzare gli uomini come fossero marionette? Come possiamo lamentarci della società se siamo noi stessi a sacrificarci come vittime accondiscendenti sull’altare dell’apparenza?

martedì 7 febbraio 2012

La società contemporanea

La società contemporanea si differenzia da quelle del passato, essenzialmente per il fatto che, oggi, l’uomo riconosce come valore un qualcosa che, tempo addietro, non veniva definito come tale. In realtà, semplificando il discorso, per l’uomo i valori sono mutati. Detto che risulta impossibile definire oltre ogni ragionevole dubbio ciò può essere inserito nell’insieme dei cosiddetti valori, l’uomo moderno rifiuta di mettere in discussione ciò che può essere realmente ricondotto in tale raggruppamento, preferendo accettare passivamente e di buon grado ciò che il sistema ha oramai stabilito. Sono caduti i tabù e le proibizioni, non esistono più i limiti, la vita umana pare valere meno dei beni materiali e di conseguenza anche i cosiddetti nuovi valori si sono adattati ad una società che non fa altro che imporre modelli da seguire, senza che questi siano il frutto di un’accurata analisi scettica. I valori non esistono, poiché essi sono imposti dalla società che però, essendo per sua natura mutevole, non può generare nulla di universale ma solamente frutti mutevoli e quindi effimeri. L’uomo, per sua natura, tende a considerare come valore ciò che lo rende meritevole di stima e che, quindi, lo avvantaggia; in virtù di questo la società, emanazione dell’essere umano, non solo tollera ed eleva a valore, un qualcosa che non possiede il benché minimo barlume di universalità ma esalta, invita a seguire ed impone comportamenti per nulla giovevoli alla comunità quanto piuttosto lesivi per essa. Basti pensare al denaro, alla bellezza, alla continua corsa all’apparenza; falsi miti creati ad arte per arrecare vantaggio alla ristretta minoranza che, grazie ad essi, si può avvantaggiare. Un’analisi scettica consentirebbe di comprendere quanto quello che oggi chiamiamo valore sia in realtà, semmai, un obiettivo da raggiungere, non un punto cardine sul quale fondare la società. L’uomo dovrebbe capire che non necessariamente quello che ci viene proposto dev’essere accettato ossequiosamente, ma dev’essere analizzato, messo in dubbio e, se necessario, ridimensionato. Ciò non avviene poiché l’essere umano non dubita, non si interroga e, così facendo, ha creato una società schiava dei governi, delle istituzioni, dell’economia, delle mode. L’uomo oggi non è protagonista della società, non è protagonista della propria vita; ciò perché ha fatto dell’accettazione la propria Filosofia, smettendo di dubitare, non mostrando più alcun interesse verso la ricerca di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, verso la ricerca di ciò che, universalmente, è vero o falso.

lunedì 23 gennaio 2012

La scienza non è scettica

Un campo interessantissimo da analizzare in chiave scettica è quello della scienza. Essa offre un contributo fondamentale all’evoluzione e alla vita dell’uomo, tuttavia presenta al suo interno una contraddizione di fondo. Ricercatori e scienziati di tutto il mondo si battono per affermare la necessità della ricerca, contrapponendola ai dogmi religiosi che, troppo spesso, la frenano e la limitano; cellule staminali, fecondazione assistita, eutanasia, sono tutti argomenti cari alla scienza e tabù per la Chiesa. La scienza conduce un’accanita guerra contro il fondamentalismo religioso, comportandosi però, di fatto, come il suo acerrimo nemico, rifiutando di accettare la possibilità che esista qualcosa di non dimostrabile scientificamente. Essa infatti contrappone al fondamentalismo religioso, un fondamentalismo scientifico per nulla meno ottuso; se la religione infatti impone dogmi la cui validità non è in alcun modo dimostrabile, la scienza fa altrettanto, rifiutandosi drasticamente di riconoscere i propri limiti. Essa parte dal presupposto che tutto sia spiegabile, che ciò che ora non riusciamo a comprendere lo comprenderemo domani poiché ogni cosa ha una spiegazione: una spiegazione scientifica. Ci si rifiuta, ad esempio, di valutare la possibilità che alcune guarigioni inspiegabili siano miracolose, oppure si esclude a priori che la vita possa aver avuto un’origine divina, insistendo nel sostenere teorie che potrebbero essere vere ma potrebbero anche non esserlo. Lo scienziato che rifiuta categoricamente l’esistenza di Dio, che nega con veemenza i limiti della scienza, non è in nulla diverso dal papa o dai vescovi ai quali egli si contrappone. La ricerca scientifica deve continuare, certo, ma deve anche accettare i propri limiti dubitando nella stessa maniera in cui dovrebbe dubitare un fedele osservante religioso o più in generale, ogni essere umano. Non si dimostra negando ma dubitando, uno scienziato non scettico non è uno scienziato, non è interessato alla ricerca della verità quanto piuttosto alla ricerca di una verità. Il dubbio deve allargarsi su tutto, in ogni campo, anche in quello della ricerca scientifica; solo così l’essere umano potrà effettuare quel salto di qualità di cui tanto necessiterebbe ma dal quale è purtroppo molto lontano.

domenica 8 gennaio 2012

Cosa sono i valori?

Una domanda cruciale nell'analisi filosofica è quella che ci porta a interrogarci su cosa siano i valori. Essenzialmente essi sono ciò che rende un individuo valido e meritevole di stima agli occhi del prossimo. Nel tempo tali valori sono mutati ma in nessun caso possiamo riconoscerne la loro universalità ed effettiva validità. Già Nietzsche puntava il dito contro i valori antivitali promossi dal Cristianesimo, criticando l’assoluta irrazionalità e insensatezza nel riconoscere come peculiarità umane meritevoli di stima, l’inclinazione al sacrificio e alla carità, la castità e l’autoflagellazione. Insensatezza e irrazionalità a parte, per quale motivo l’uomo dovrebbe accettare ossequiosamente come valore un precetto antivitale? Non tutti condividerebbero, verrebbe meno l’universalità e quindi, non saremmo in presenza di un valore. Anche Onfray, in tempi più recenti ha attaccato l’esaltazione dei valori antivitali, senza però soffermarsi sull’aspetto più moderno e ampio del discorso. Oggi a questi valori, se ne sono affiancati altri: la ricchezza e la bellezza fisica dominano l’immaginario collettivo della nostra società, venendo visti come obiettivi da raggiungere con ogni mezzo. Nel mondo contemporaneo il denaro eleva l’individuo a figura da osannare ma non è detto che effettivamente la ricchezza debba essere considerata un valore; essa genera disparità e, per questo, genererà stima in alcuni e sentimenti opposti in altri, in coloro che da tale ricchezza sono penalizzati o in coloro che vorrebbero possederla e invece non la possiedono. Ciò mostra in maniera inequivocabile la mancanza di universalità di ciò che noi definiamo valore, poiché, altrimenti, tutti noi lo riconosceremmo come degno di stima incondizionatamente. La bellezza fisica a sua volta manca dell’universalità necessaria per essere definita un valore, poiché, sempre ammesso che la bellezza possa essere definita in maniera oggettiva, essendo indipendente dalle capacità, non può generare stima, al più ammirazione; piuttosto genererà invidia nell’individuo che ne è sprovvisto. I valori dovrebbero necessariamente scaturire dalla morale ma, non essendo quest’ultima ad oggi conoscibile, non potrà essere conoscibile neppure ciò che da essa eventualmente scaturirebbe.

lunedì 26 dicembre 2011

L'uomo e Dio

Il rapporto tra l'uomo e Dio, è da sempre il problema più controverso e maggiormente dibattuto in ambito filosofico. Qualunque sia la divinità in questione, la società si divide in credenti e non credenti, la stessa Filosofia ha assunto nel tempo posizioni divergenti sulla questione. Molte sono le dimostrazioni dell'esistenza di Dio, nessuna pienamente convincente e accettabile oltre ogni ragionevole dubbio; altrettante sono le teorie secondo cui la divinità non esisterebbe, basti pensare a Feuerbach e Onfray, ma anche in questo caso, esse non risultano accettabili oltre ogni ragionevole dubbio. Molti sono gli elementi che ci potrebbero portare a credere, molti altri quelli che ci potrebbero portare a non credere. In realtà l'uomo non è certo di nulla, sicuramente non è in grado di dare una risposta ai grandi interrogativi dell'umanità; sbagliano coloro che accettano ossequiosamente l'esistenza di Dio senza porsi domande e senza dubitare, parimenti sbagliano coloro che, a priori, ne escludono l'esistenza. Credenti e atei danno origine ad uno scontro frontale fra due fondamentalismi, in quanto entrambi sostengono strenuamente la propria posizione, escludendo aprioristicamente la possibile veridicità del contraltare. Il so di non sapere socratico e la dotta ignoranza di Cusano ci indicano la strada da seguire: prendere coscienza della propria impossibilità nel rispondere all'interrogativo relativo all'esistenza di Dio e ricercare la verità dubitando di tutto ciò che non può essere dimostrato o escluso in maniera assolutamente certa: l'esistenza di Dio, infatti, non può essere dimostrata in maniera indiscutibile e indubitabile ma non può neppure essere esclusa oltre ogni ragionevole dubbio.

martedì 20 dicembre 2011

L'attualità della Letteratura: la filosofia del giovane Holden


Holden Caulfield studia presso un college in Pennsylvania e da un punto di vista scolastico i suoi risultati sono decisamente scarsi, nella quasi totalità delle materie; egli, tuttavia, si mostra indifferente e scanzonato, anche quando viene bocciato. In seguito al litigio con il compagno di stanza, abbandona anzitempo il college, preferendo fare ritorno a casa, a New York. Non volendo rendere noto ai genitori il proprio insuccesso scolastico, Holden, una volta in città, alloggia presso un Hotel; qui inizia a bighellonare per la città, barcamenandosi come gli riesce, mantenendo il suo solito piglio canzonatorio nei confronti della vita. Dopo alcune peripezie ed esperienze di vita, decide di fare ritorno a casa, al fine di rivedere la sua piccola sorella Phoebe, con l'intenzione di non farsi scoprire dai genitori. I genitori di Holden, quella sera, sono fuori casa e lui, di conseguenza, riesce ad intrattenersi con l'amata sorellina, alla quale vuole molto bene.Al ritorno dei genitori, Holden riesce a fuggire di casa senza farsi scoprire. Si reca quindi dal suo vecchio docente di inglese, il professor Antolini. Dopo questa visita, Holden se ne va, deciso a prendere il treno per l'ovest dove intende cercare fortuna. Desideroso di salutare per l'ultima volta la sorella, le dà un appuntamento, al quale, però, ella si presenta chiedendo al fratello di portarla con sè. Holden, a questo punto, commosso, decide di ritornare a casa. Il romanzo si conclude con Holden, in cura da uno psicanalista.

Holden rappresenta un po' quello che tutti noi, avremmo voluto essere, almeno una volta. Il desiderio di evasione, di fuga dalla realtà, la voglia di leggerezza, di poter vivere una vita spensierata senza prendersi troppo sul serio, incarna il desiderio latente di tutti gli esseri umani. I desideri cozzano con gli affetti e ad un certo punto della propria vita, tutti si trovano a dover fare i conti con la realtà ma quel periodo scanzonato, quella vita a tratti dissipata, in fuga da tutto e da tutti, fa capire ad Holden Caulfield e a tutti noi, il valore del dono più bello che gli uomini possano desiderare: non il denaro, non la bellezza, non i beni materiali ma la libertà...anche quella di poter sbagliare.

domenica 18 dicembre 2011

Elogio dello scetticismo

Oggi tutti appaiono sicuri di tutto, tutti ritengono di possedere la verità nelle proprie tasche ma si sbagliano. E si sbagliano di grosso. L'uomo non sa o comunque sa molto poco e, del resto, ai grandi interrogativi non può rispondere; altrimenti questi non sarebbero tali. Ogni uomo deve ricercare le grandi verità dubitando, assumendo una posizione scettica riguardo qualunque quesito, non postulare verità se non quando le può dimostrare o negare oltre ogni ragionevole dubbio. Chiunque si erga a custode della verità, consciamente o inconsciamente sbaglia, poiché solo l’evidenza è affermabile con sicurezza assoluta. La posizione scettica è la più intelligente e acuta possibile, oltre che l’unica, in quanto riesce a farci prendere coscienza dell’unica verità indiscutibile: l’evidenza. Questo scetticismo non è da confondersi con il so di non sapere socratico, che vedeva nella consapevolezza della propria ignoranza il punto di partenza per ogni analisi o discorso filosofico; l’individuo non deve partire dalla propria ignoranza ma da ciò che sa, da ciò che conosce. Solo da quello. Dobbiamo quindi partire dalla nostra conoscenza, che può essere anche molta ma necessariamente è ristretta al campo dell’evidenza. Spingersi oltre, postulare verità senza poterle dimostrare rigetta l’uomo nell’oblio dell’ignoranza. Tutto può esistere, certo; ma in realtà esiste solo ciò che può essere dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. Negare l’esistenza di qualcosa che non vediamo, per certi versi equivarrebbe ad affermare l’esistenza di qualcosa che non vediamo, infatti se non si può affermare che un qualcosa esiste senza dimostrarlo, è altrettanto vero che non si può negare l’esistenza a priori di un qualcosa che non ci risulta evidente, poiché potrebbe esistere a prescindere dalla nostra incapacità di rendercene conto.
Il dubitare, del resto, non parte dall’ignoranza ma al contrario dalla sapienza, sapienza di ciò che sappiamo. Di tutto ciò che non è dimostrabile, non dobbiamo escludere l’esistenza, poiché equivarrebbe al gesto dello struzzo di ficcare la testa sotto la sabbia; gli uomini non sono struzzi e per tale motivo, ciò che non è dimostrabile deve generare in noi il molteplice dubbio: potrebbe essere/potrebbe non essere, potrebbe esistere/potrebbe non esistere, Sarebbe infatti sbagliato credere a ciò che non può essere dimostrato, allo stesso modo in cui sarebbe errato, proprio per tale motivo, escluderlo. Se potessimo ritornare indietro nel tempo e ci trovassimo catapultati nel Medioevo e chiedessimo a un passante se sia possibile per l’uomo volare, ci risponderebbe con sicurezza in maniera negativa, non esistendo all’epoca dimostrazioni relative a tale possibilità; rispondendo di no, comunque, sbaglierebbe, poiché, come oggi ben sappiamo, il volo è possibile. Se il nostro amico medioevale rispondesse invece di non escluderne la possibilità, risponderebbe nella maniera corretta. E la Storia, come sappiamo, gli darebbe ragione.

venerdì 16 dicembre 2011

Il genio

L'essere umano, da sempre, risulta affascinato dalla figura del genio, ossia da colui che è dotato di una sensibilità talmente spiccata in un determinato ambito, tale scavalcare i confini che delimitano lo stesso. La sua attività è inspiegabile. non può in alcun modo essere razionalizzata, nè può essere equiparata a quella di altri. Il genio è dotato di un'intuizione e di un'ispirazione che trascendono la perizia tecnica della sua stessa arte. Michelangelo, Raffaello, Einstein, Mozart, Leopardi, sono eccelsi per le loro intuizioni e non per la messa in pratica delle stesse; essi vedono laddove i comuni mortali non vedono, pensano ciò che la moltitudine non pensa. La realizzazione pratica dell'intuizione è secondaria, è l'intuizione in se stessa a costituire l'essenza del genio. Il genio poi, con la sua inspiegabile ispirazione, regola e stabilisce i canoni della propria arte; egli, infatti, mostra il punto più alto che la disciplina nella quale si cimenta possa raggiungere, determina il punto d'arrivo oltre al quale non è possibile andare. Ma com'è possibile l'esistenza del genio? Da dove trae la propria ispirazione, così inspiegabile e così straordinaria? La Filosofia ha più volte tentato di rispondere a questo quesito, senza riuscire ad offrire una risposta certa, vera oltre ogni ragionevole dubbio e, probabilmente, non sarà mai in grado di farlo. Qualunque sia la verità, la genialità, a prescindere dal campo nel quale si manifesti, parrebbe mostrare l'esistenza del metafisico, dell'ultraterreno, del divino.

mercoledì 14 dicembre 2011

La società dell'obbedienza

La nostra società risulta essere quanto mai fondata sulla passiva accettazione delle imposizioni, un ossequioso e aprioristico subire, un continuo e ridondante obbedire anche alle più inique e ingiuste imposizioni. Ogni aspetto della vita umana è fondato su tale sistema, un sistema frutto dell'ignoranza collettiva. Nessuno si pone domande, non ci si interroga se ciò che ci viene imposto sia giusto oppure sbagliato, si accetta e basta. Sempre e comunque. La società ci impone religione, politica, costumi e noi accettiamo tutto non ponendoci la benchè minima domanda sulla legittimità di tali imposizioni. L'uomo si sta spersonalizzando, si sta uniformando alle regole dettate da un sistema che gode nel vedere realizzato il proprio esercito di cloni obbedienti. Occorre avviare un processo volto a riaffermare l'essenza del singolo che, quindi, emancipandosi dalla condizione di vittima, assurgerebbe al ruolo di protagonista di una società che ora più che mai lo sta travolgendo con la forza di un fiume in piena. Gli uomini debbono ricominciare a porsi interrogativi, a ricercare risposte, a seguire la propria indole e le proprie inclinazioni, mettendo in discussione, qualora fossero inique, tutte le imposizioni promananti dall'alto. Fintanto che l'uomo accetterà a priori tutto ciò che gli verrà imposto, non potrà lamentarsi della propria condizione ma soltanto compiacersene, in quanto essa, non sarebbe altro che la logica conseguenza di un comportamento intellettualmente ignorante.

lunedì 12 dicembre 2011

L'uovo e la gallina

I colpevoli di questa dilagante degenerazione della società siamo noi. Noi infatti abbiamo accettato, subito e mitizzato le imposizioni e le consuetudini imposteci dalla Storia e dalla contemporaneità. L’uomo, essere pensante solamente sulla carta, ha generato, con il suo rifiuto ad approcciarsi in maniera critica ai problemi e ai dettami promananti dall’alto, una società del tutto e subito; l’ignoranza umana infatti, con il suo meticoloso lavoro attraverso il tempo ha tolto la speranza nel futuro, facendo si che oramai si preferisca un minimo risultato immediato piuttosto che la possibilità di raccogliere in futuro frutti ben più grossi e gustosi, seminati oggi. Si predilige ottenere poco subito anziché molto in futuro, si preferisce l’uovo oggi anziché la gallina domani. Si sono perse l’ambizione e la speranza, componenti necessarie per migliorarsi ed evolversi. Perché è avvenuto questo? Semplicemente perché la nostra accettazione passiva ha fatto in modo che il nostro domani si sgretolasse a poco a poco, generando disparità e disuguaglianza. Non è certo un discorso politico, le fazioni non centrano nulla, è il sistema ad essere sbagliato. Abbiamo assistito inebetiti all’accentramento del potere nelle proprie mani da parte dei potenti, non ponendoci il benché minimo interrogativo, non dubitando di nulla, non domandandoci se ciò che ci veniva proposto fosse giusto o meno, non comprendendo il pericolo al quale stavamo andando incontro. Siamo vittime della società, non ne siamo più protagonisti da molto tempo e ciò, come detto, per colpe esclusivamente nostre. Precarietà, povertà, disoccupazione, falsi miti, non sono altro che il logico risultato del comportamento ottuso degli uomini, soprattutto in età contemporanea. La Rivoluzione Francese ha insegnato come il dubbio e lo scetticismo possano sovvertire gerarchie consolidate da secoli. Si perché la rivoluzione nacque nel momento in cui la popolazione prese coscienza di essere stata sfruttata e spremuta senza la benché minima razionalità, nacque nell’istante in cui il Terzo Stato comprese di essere vittima sacrificale nelle mani di una ristretta cerchia di privilegiati che lo immolava per soddisfare le proprie esigenze e raggiungere i propri obiettivi. Una società fondata sul tutto e subito è sempre il termometro di una situazione negativa, un termometro che ci avvisa che è giunta l’ora di cambiare, di voltare pagina, di tornare a lottare per la gallina domani.

"Della coerenza" ovvero la filosofia di Luis Enrique

Tutto è filosofia, ogni angolo, ogni azione, qualunque cosa brulica di filosofia. Anche lo sport può offrire spunti filosofici, nella fattispecie il calcio e più precisamente Luis Enrique ne possono offrire uno particolarmente significativo. L'allenatore della Roma sembra Don Chisciotte, da solo contro i mulini a vento, paladino delle cause perse, incurante di tutto e tutti. E fa bene; lotta con le unghie e con i denti per vedere realizzato in campo quello che, per ora,  è realizzato solo nella sua testa, il suo calcio. Lo spagnolo è dotato di quello che oggi è forse il dono più raro: la coerenza; la convinzione nelle proprie idee lo pone come una sorta di eroe moderno in grado di resistere alle turbolenze di un mondo instabile come quello del calcio, una nave in balia delle onde che resiste a venti contrari. Mi piace questo spagnolo, coerente fino all'eccesso, in grado di difendere le proprie idee davanti a tutto. Questo atteggiamento dovrà per forza essere premiato, forse non oggi, magari non domani ma prima o poi sarà premiato. Il mondo oggi manca di coerenza e iniziativa, non troviamo più la perseveranza nel percorrere la strada che si ritiene giusta, tanto che, coloro che lo fanno, sono dei veri e propri eroi moderni. Chi ha lottato per le proprie idee ha cambiato il mondo, chi ha subito il corso degli eventi, viceversa, dal mondo è stato cambiato. L'uomo oggi necessita di quei sogni e quegli ideali che la società piano piano gli ha strappato, combattere contro i mulini a vento, come Don Chisciotte, è meno stupido di quanto sembri. Il mondo dev'essere cambiato e per cambiarlo servono idee, idee che riusciranno a far capitolare anche i mulini. Forza Luis Enrique, forse non lo sai ma, per certi aspetti, rappresenti quello che molti vorrebbero ma non possono essere.

domenica 11 dicembre 2011

La morale

Che cos'è la morale? A questo quesito la Filosofia, da sempre, tenta di dare una risposta. E' forse l’insieme dei comportamenti dettatici dalla religione verso cui siamo ossequiosi? O forse l’insieme delle regole dettate dall’autorità detentrice del potere temporale? O meglio ancora ciò che non lede agli altri? Nulla di tutto questo. Di fatto, per l’impossibilità nel dare una risposta certa, la morale non può essere delimitata entro precisi confini. Ma analizziamo più a fondo il problema. Se un comportamento morale fosse un comportamento dettato dalla religione cui un individuo appartiene, ecco che egli si potrebbe quindi comportare di conseguenza, non prima però, di aver dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza dell’entità da cui la morale promanerebbe ma ciò, come sappiamo, non è possibile. Se la morale fosse un qualcosa di scaturente dall’autorità governativa, ecco che bisognerebbe riconoscere ad essa qualità superiori a quelle della moltitudine ma anche questo sarebbe impossibile. Quali strumenti avremmo infatti per reputare oltre ogni ragionevole dubbio il sovrano, il principe, il governo come un’entità superiore in grado di indicare i comportamenti retti e migliori per tutti? Potremmo escludere categoricamente un interesse da parte dell’entità promanante o potremmo in maniera assoluta ritenerla giusta? Certamente no. Non sta in piedi neanche la teoria secondo cui sarebbe morale ciò che non lede agli altri, poiché in questo caso, un suicidio sarebbe da reputarsi morale in quanto non lederebbe al prossimo. Non è possibile, quindi, stabilire ciò che è realmente morale, possiamo e dobbiamo invece, chiederci se ciò che ci viene proposto come tale sia effettivamente la Verità oppure se, al contrario, non lo sia.

L'attualità della Letteratura: la filosofia nelle Operette Morali


Come visto la Letteratura offre straordinari spunti filosofici e, nessuno meglio di Giacomo Leopardi è in grado di fare filosofia attraverso la letteratura. In questo senso le Operette Morali rappresentano un'opera che si connota come filosofica prima ancora che letteraria.
Tra i dialoghi contenuti all'interno dello scritto leopardiano, meravigliosamente attuale risulta essere il dialogo della Moda e della Morte. Leopardi immagina un ideale dialogo tra la Moda e la Morte. Entrambe si riconoscono il compito di rinnovare il mondo, anche se in maniera differente: la prima intervenendo sui costumi, la seconda sulla vita. La Moda, tuttavia, interviene a sua volta sulle vite umane, facendo si che gli esseri umani dimentichino i propri compiti, i valori e le priorità, sacrificandoli all'apparenza che, altro non è, se non l'essenza stessa della moda. Per certi versi, esattamente come la morte, anche la moda toglie la vita, snaturando gli uomini, uniformandoli gli uni agli altri e privandoli del proprio essere e della propria personalità.
Ecco quindi che le strade si popolano di individui tutti uguali, accomunati dal comune obiettivo di assecondare le mode e le tendenze del momento, lanciati in una folle corsa all'apparenza.

Leopardi con la sua consueta lungimiranza, nella sua breve vita lunga appena trentanove anni, ci mostra quanto gli uomini siano per natura inclini a seguire le tendenze imposte dalla massa, piuttosto che il proprio istinto e la propria indole. Oggi come ieri, pochi si elevano sugli altri decidendo di essere; i più, decidono semplicemente di apparire, sacrificando la propria natura.

Il ritorno dell'Ancien Regime

Come volevasi dimostrare: rinviati i tagli agli stipendi degli onorevoli. Non che la cosa sorprenda, anzi. Viviamo in una sorta di Ancien Regime francese, in cui i moderni privilegiati si aggrappano al privilegio con le unghie e con i denti, gelosi del potere e dei benefici che la società conferisce loro. I moderni privilegiati sono onorevoli e politicanti, membri di una casta arrogante e illegittima; Come scritto, il potere necessita di sottoposti disposti a subire e mantenere i privilegi dell'elite, è interesse del potere sottomettere il popolo e sottoporlo a vessazioni continue, altrimenti, come visto, non sarebbe potente. Per sua stessa essenza il potere contempla la sottomissione, ciò era vero ieri, è vero oggi e lo sarà anche domani.
Alla vigilia della Rivoluzione Francese, il 90% della popolazione viveva sulla terra e della terra, la nobiltà e il clero ricevevano sostanziosi vitalizi e non pagavano le tasse che gravavano interamente sul Terzo Stato; la carriera politica era preclusa a chiunque non fosse di estrazione sociale nobile, le cariche erano ereditarie e non vi era possibilità di effettuare una scalata sociale; circa il 70% del denaro che usciva dalle case dello Stato, veniva destinato a feste a corte e vitalizi vari. Il ministro delle finanze Necker rese pubblici questi dati e il popolo, stremato dagli iniqui sforzi cui continuamente veniva sottoposto si coalizzò per abbattere l'antico regime fondato sul privilegio anzichè sul merito. La Rivoluzione Francese spazzò via una società malata, iniqua e ingiusta: borghesi e contadini, ricchi e poveri, uniti contro l'ingiustizia.

Oggi la situazione è molto diversa da quella d'Ancien Regime?

sabato 10 dicembre 2011

L'attualità della Letteratura: la filosofia del cappotto


Il cappotto è senz'altro uno dei più celebri racconti dello scrittore russo Nikolaj Gogol, un racconto di straordinaria attualità, in grado di offrirci uno spaccato del presente, pur essendo scritto nel XIX secolo.
Akakij Akakievic è un modesto funzionario, vessato dai colleghi e dalla società in cui vive; un giorno scopre che il suo cappotto è troppo usurato e necessità di essere sostituito. Decide quindi di affrontare un esborso, per lui notevole, pur di acquistare un nuovo cappotto. L'acquisto di queso indumento di foggia sartoriale gli permette di guadagnare tutto quel rispetto che fino a quel momento nessuno gli aveva mai portato; tutti si rapportano a lui in maniera rispettosa e gentile. Una sera, dopo aver trascorso una serata alla quale era stato invitato, viene derubato del suo nuovo cappotto. Immediatamente perderà la stima e il rispetto che il suo nuovo acquisto gli aveva fatto ottenere. Akakij Akakievic morirà, ma il suo fantasma vagherà per San Pietroburgo alla ricerca di cappotti da rubare. Lo spettro troverà appagamento solamente quando riuscirà a derubare del cappotto, un individuo che, in maniera sprezzante, non l'aveva aiutato a recuperare il capo che, a suo tempo, gli era stato sottratto.

Straordinario lo spunto filosofico offertoci da Gogol, a dimostrazione che Letteratura e Filosofia, spesso e volentieri si intersecano e si compenetrano l'una con l'altra. Il cappotto rappresenta l'apparenza, la quale permette al protagonista di guadagnare quel rispetto che altrimenti nessuno gli avrebbe mai portato. Privato del suo capo sartoriale, Akakij Akakievic perderà immediatamente tutti gli onori che questo gli aveva portato. L'abito fa il monaco e la forma è più importante della sostanza; è questo l'insegnamento di Gogol. Era vero ieri ed è vero oggi, viviamo nella società dell'apparenza, in cui, purtroppo, conta apparire piuttosto che essere.